Il Videogioco è Arte?

Il videogioco è arte?

Il videogioco è una forma d’arte? Sono solo masturbazioni mentali? Alex J.J. Abrams Raccuglia ci illumina coi suoi lens flares di saccenza.

Allora… Simone mi ha chiesto di parlare di videogiochi. E quale argomento può essere più interessante di quello di cui sono impregnate tutte le riviste del settore, quelle, per intenderci, che non parlano di “giochini”? Il videogioco è arte?

Beh, trovo che sia molto difficile rispondere a questa domanda. La prima questione che ci si potrebbe porre, a valle di questa domanda, è un’ulteriore punto interrogativo: che cos’è l’arte? E che cos’è, chi è un artista?

assassinsCreed3_comeTurnerIo ho sempre considerato “arte” e “artista” come due entità che si compenetrano ma non sono assolutamente vincolate tra loro. Faccio un esempio: mi sono sempre considerato un “artista” non tanto perché creo arte; l’arte la creano i geni, i geni assoluti! Mi sono sempre considerato un artista perché a me piace inseguire la bellezza. Faccio un lavoro che qualcuno potrebbe definire “artistico”, sono un regista di spot pubblicitari, ma da qui a definirmi “artista” credo che ci passi un intero universo. Il fatto è che utilizzo molta tecnica e una piccola parte di creatività per produrre degli oggetti, dei soggetti… Delle cose. Nel mio caso dei video molto brevi che passano in TV e cercano di convincere qualcuno che un prodotto non fa poi così schifo. Nel caso dei videogiochi, i videogiochi del periodo corrente, quello in cui i costi di sviluppo di un Assassin’s Creed sono paragonabili a quelli di un blockbuster hollywoodiano, pensare a questo come a un prodotto che sia artistico e allo stesso tempo pesantemente commerciale è sempre materia delicata e di difficile manipolazione.

Se qualcuno venisse a chiedermi “Pensi che 2001: odissea nello spazio di Kubrick sia un prodotto artistico?” risponderei con certezza “Assolutamente sì!”. Per me è un’opera grandiosa, un’opera che mi ha fatto provare forti e intense emozioni, un’opera che mi ha dato veramente tanto. Se qualcuno mi chiedesse se per me il cinepanettone delle vacanze di Natale in culo al mondo è un’opera artistica… Io risponderei “Boh, non lo so”; mi verrebbe da dire, di pancia, di no. Ma forse dell’artigianato ce n’è dentro, un qualche tipo di ricerca c’è dentro; e anche se a me magari non suscita particolari emozioni trovo che il fatto che ogni anno ne facciano uno, o due, o dieci come questo inverno, possa significare qualcosa. Significa che qualcuno prova delle emozioni, molto probabilmente non le stesse che ho io quando vedo Apocalypse Now, ma pur sempre di emozioni si parla.

Joseph-Mallord-William-Turner-Ships-Bearing-Up-For-Anchorage-The-Egremont-Sea-Piece-Oil-PaintingE a questo punto torniamo ai videogiochi. I videogiochi sono prima di tutto dei prodotti, prodotti sviluppati molto spesso a più mani, dove per “più” si intende un numero compreso tra “svariate dozzine” e “un fottiliardo”. Non si può parlare di una sola mente creativa. Certo c’è un project manager, un game designer, ma da qui a paragonarlo al ruolo che ha il regista nel cinema europeo credo che ce ne voglia. Sottolineo il ruolo del regista nel cinema europeo, e non quello americano in cui fondamentalmente il film è definitivamente un prodotto commerciale e da commerciare, se non nel denigrato circuito indipendente, per cui, alla visione dell’artista, dell’autore si devono sovrapporre gli interessi finanziari relativi allo sviluppo e alla promozione e, in definitiva, alla veicolazione economica della pellicola stessa. Se penso ad un videogioco mi vengono in mente decine, centinaia di persone coinvolte, ma non riesco a focalizzarmi sulla visione del singolo, dell’autore, colui il quale, in pratica, detta i tempi, visceralmente tira fuori una storia. Il videogioco già di per sé è difficile da inquadrare come esperienza prettamente artistica di fruizione perché ognuno la fruisce a modo suo. Un libro inizia e finisce, un film inizia e finisce, quasi tutte le opere d’arte non possono venire nemmeno toccate dal pubblico! Il videogioco invece, per quanto per sua natura digitale non può effettivamente venire, letteralmente, toccato, è un oggetto multi/transmediale con il quale si interagisce fisicamente, mediante le mani o, più recentemente, anche con il corpo, o la voce.

Non solo: essendo un oggetto (il videogioco) costantemente programmato, sviluppato, è anche un qualcosa in costante evoluzione! Mentre una volta i videogiochi uno li andava a comprare (su cassetta, floppy, cartucce) e questi funzionavano e, alla fin fine, erano un po’ quello che erano; adesso un gioco è, per sua natura, sua dimensione, suo peso, costretto a vivere una vita di costante aggiornamento, espansione (dilatazione?) e correzione degli errori. E, diamine, mi fa strano pensare che un’opera d’arte abbia dentro degli errori, come se l’artista presentasse la sua creazione dicendo: “in fondo in fondo è anche sbagliata…”. Per cui… Arrivare a definire questo prodotto un prodotto artistico, di pancia direi di si, di testa non lo so. O forse è il contrario, sono confuso, non convinto. È come se il videogioco fosse composto di tante piccole opere d’ingegno, d’arte. Se andiamo a vedere come sono state realizzati gli oceani in Assassin’s Creed III oppure gli alberi in Far Cry 3… Le persone che ci hanno lavorato, sia dal punto di vista estetico che tecnico, hanno fatto degli studi, ci si sono spaccati la testa, ci hanno messo passione, intensità. Hanno impresso in questi elementi dell’ingegno, della creatività. Dell’arte! Nel complesso però mi sembra che, spesso, ci sia una sorta di grandissimo Zibaldone, un insieme di cose che devono venire bilanciate attraverso dei focus group (li chiamano così i beta tester nel mondo reale) in modo da poter venire graditi ed apprezzati dal più vasto pubblico possibile.

MondrianEd è proprio questo il vincolo che mi fa temere per l’arte nel videogioco, non tanto perché io, Alex, la possa o non possa considerare tale, quanto perché un giorno il videogioco come strumento possa venire accettato come tale, come opera artistica. Un giorno in cui non ci sia solo un Pong esposto al MoMA, ma anche un prodotto realizzato ai giorni nostri (e lo so che sto estremizzando, lo sto facendo apposta). Un prodotto realizzato da un team di persone, non da un esercito ma da un team, una squadra capitanata da un singolo autore che impone la sua visione sul tutto. Ci sono alcuni giochi, sia produzioni indie che prodotti più o meno ufficialmente commerciali, come per esempio il famigerato duo Eco e Shadow of the colossus, nei quali si percepisce un’impronta personale, non mediata dal voler a tutti costi piacere al maggior numero di persone, però si tratta di mosche bianche. Alla fine tutti devono/dobbiamo pagare il mutuo, dal produttore al game designer, dal grafico a chi si occupa della colonna sonora eccetera eccetera. Tutte queste persone devono poter fare un videogioco, guadagnarci e, soprattutto, poterne fare un altro dopo: continuare a lavorare.

Questo può essere paragonato allo sviluppo artistico? Oppure l’arte stessa è in evoluzione? Per cui quello che fino a ieri potevamo considerare o non considerare arte è un confine labile, fuzzy, che si sposta?

Con questo, e guardate quanto sono stronzo, non voglio dare una risposta, mi sono vigliaccamente limitato a fornire qualche disordinato spunto che mi rimbalzava nel vuoto della scatola cranica da svariati anni. E voi cosa ne pensate? Scrivetelo nei commen…

E invece no. E invece no, vaffanculo acciderbolina! No per un cazzo niente. Perché non possiamo, non dobbiamo e nemmeno vogliamo… No, meglio, non posso, non devo e non voglio prendere solo una delle due parole che compongono “videogioco” come strumento di analisi.

Video. Gioco.

Video, vabbé, lo sappiamo, è l’apparato visuale o, meglio, anche se non è presente nel vocabolo, audiovisuale dell’oggetto in questione. Non dobbiamo assolutamente dimenticare la componente sonora dei videogiochi, la musica e gli effetti, la recitazione. Forse dall’etimologia di videogioco la componente più importante è appunto quella ludica, quella interattiva. E se la vera arte del videogioco fosse il gioco stesso? Gameplay, giocabilità, termini abusati, spesso trattati non proprio a proposito anche dai cosiddetti esperti. Se l’arte fosse l’essenza che, in qualche modo, quasi come una bestemmia, un’eresia, esula dall’impianto estetico anche se ne è permeata? Se il gioco fosse l’unico metro di paragone e valutazione artistica del videogioco?

Mattoncini che cadono da incastrare, palloni da fare scoppiare, cacodemoni da deflagrare, guardie da sgozzare. Se fossero in bianco e nero, solo poligoni grigi, se non ci fosse un boom, un boing, un aargh?

No, non sarebbe la stessa cosa.

tetris_comeMondrianNon possiamo parlare di gioco o nemmeno di video. Le due cose vanno insieme, a braccetto, no, abbracciate, in mistica simbiosi. Quello che ci rimane attaccato di un videogioco è l’esperienza. La testa ricorda le immagini e i suoni, la pancia ricorda in modo molto meno formalizzato le azioni, le interazioni. Le emozioni.

I videogiochi sono arte? Non so, quello che credo è che siano un linguaggio, un linguaggio in continua e frenetica evoluzione. Evoluzione tecnica, evoluzione di interazione (dal bastonicino della gioia ai controlli touch). E quando c’è evoluzione nel linguaggio è difficile fermarsi un attimo ed analizzare la cosa nel suo insieme. Quello che era vero, cutting-edge, cinque anni fa ora è obsolescenza. Vintage. Storia. Archeologia. Il videogioco, dunque, secondo il mio modesto e non richiesto parare, sono linguaggio. La cosa non esclude la possibilità che siano arte, tutt’altro. Pavidamente dico solo che, per ora, il mio corpo, che si sa pensa per me molto di più di quanto pensi la mia testa, non si sbilancia. Sono un linguaggio. Forse sono anche arte. Per adesso non lo so. È un linguaggio che, non ho paura di ammetterlo, ancora non capisco del tutto, anche perché spesso, troppo spesso, fa il verso ad altri tipi di linguaggi, il cinema prima di ogni altro. Un linguaggio che spesso, troppo spesso, diventa autocitazionista, autocratico, tautologico, e si rinchiude in stilemi e stereotipi che esso stesso ha contribuito a creare e ad espandere. Un linguaggio che deve ancora scoprire tutte le proprie potenzialità e le proprie peculiarità. Un quadro non è una fotografia, un videogioco non è e non deve essere un film. Oggi i quadri non vogliono essere delle fotografie, e forse quando i videogiochi smetteranno di voler essere dei film passeranno dalla loro età adolescenziale ad una più matura.

I videogiochi inizieranno ad essere videogiochi punto e basta.

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